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Ephéméride éclectique d'une librocubiculariste glossophile et mélomane.

La Domenica delle salme : le requiem des illusions perdues

Dans La domenica delle salme, extraite de l’album Le nuvole, Fabrizio De André livre l’un de ses textes les plus amers et visionnaires. Écrite à la charnière des années 1980 et 1990, la chanson prend acte de l’effondrement des grandes espérances collectives issues des décennies précédentes. Sous l’image provocante d’une « dimanche des dépouilles », qui détourne symboliquement la solennité religieuse, De André met en scène une société anesthésiée, gagnée par le cynisme, le consumérisme et l’oubli des idéaux. Le ton est celui d’un testament moral : lucide, désenchanté, mais traversé d’une ironie mordante qui refuse de céder tout à fait au silence.

Egon Schiele, Autoportrait au coqueret, 1912, huile sur bois, 32,2 x 39,8 cm, Vienne, Leopold Museum

Egon Schiele, Autoportrait au coqueret, 1912, huile sur bois, 32,2 x 39,8 cm, Vienne, Leopold Museum

 
La domenica delle salme
 
Tentò la fuga in tram Verso le sei del mattino Dalla bottiglia di orzata Dove galleggia Milano Non fu difficile seguirlo
Il poeta della Baggina La sua anima accesa Mandava luce di lampadina
Gli incendiarono il letto Sulla strada di Trento Riuscì a salvarsi dalla sua barba Un pettirosso da combattimento
I Polacchi non morirono subito E inginocchiati agli ultimi semafori Rifacevano il trucco alle troie di regime Lanciate verso il mare
I trafficanti di saponette Mettevano pancia verso est Chi si convertiva nel novanta Ne era dispensato nel novantuno
La scimmia del quarto Reich Ballava la polka sopra il muro E mentre si arrampicava Le abbiamo visto tutti il culo
La piramide di Cheope Volle essere ricostruita in quel giorno di festa Masso per masso Schiavo per schiavo Comunista per comunista
La domenica delle salme Non si udirono fucilate Il gas esilarante Presidiava le strade
La domenica delle salme Si portò via tutti i pensieri E le regine del tua culpa Affollarono i parrucchieri
Nell'assolata galera patria Il secondo secondino Disse a "Baffi di Sego" che era il primo Si può fare domani sul far del mattino E furono inviati messi Fanti, cavalli, cani ed un somaro Ad annunciare l'amputazione della gamba
Di Renato Curcio Il carbonaro Il ministro dei temporali In un tripudio di tromboni Auspicava democrazia Con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni
Voglio vivere in una città Dove all'ora dell'aperitivo Non ci siano spargimenti di sangue O di detersivo
A tarda sera io e il mio illustre cugino De Andrade Eravamo gli ultimi cittadini liberi
Di questa famosa città civile Perché avevamo un cannone nel cortile Un cannone nel cortile
La domenica delle salme Nessuno si fece male Tutti a seguire il feretro Del defunto ideale
La domenica delle salme Si sentiva cantare Quant'è bella giovinezza Non vogliamo più invecchiare
Gli ultimi viandanti Si ritirarono nelle catacombe Accesero la televisione e ci guardarono cantare Per una mezz'oretta Poi ci mandarono a cagare Voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio Coi pianoforti a tracolla vestiti da Pinocchio Voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti Per l'Amazzonia e per la pecunia Nei palastilisti E dai padri Maristi
Voi avevate voci potenti Lingue allenate a battere il tamburo Voi avevate voci potenti Adatte per il vaffanculo
La domenica delle salme Gli addetti alla nostalgia Accompagnarono tra i flauti Il cadavere di Utopia
La domenica delle salme Fu una domenica come tante Il giorno dopo c'erano i segni Di una pace terrificante
Mentre il cuore d'Italia Da Palermo ad Aosta Si gonfiava in un coro Di vibrante protesta
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